COL DI LANA, 2464 slm


La bellezza delle montagne che rendono così sensuali le alpi e le prealpi, dalle Dolomiti al Monte Bianco, sta anche nella forza della memoria. La memoria che in noi significa ricordare un'ascensione o una lunga traversata su e giù per passi e vallate, la memoria dei segni inestirpabili lasciati su queste montagne dal destino e dagli uomini. Qualche anno fa sono salito da solo in vetta al Col di Lana. Lo volevo fare perché pensavo alle guerre che avevano devastato il mondo e ai milioni di morti che abbiamo avuto in Europa, durante le follie della prima e della seconda guerra mondiale. 
Ora voglio risalire sul Col di Lana, seguendo il filo dei ricordi di quella salita: mi torna alla mente mentre sto seduto ad osservare impotente milioni di morti silenziose emesse dall'etere, vite che non fanno notizia, come quelli sotto le macerie del terremoto in Afghanistan, come i civili che saltano durante gli attentati in Israele e i disperati che si votano alla morte in Palestina, come i tremila tra donne e bambini che il 12 settembre 1992 furono trucidati dalla milizia libanese dietro ordine di Ariel Sharon, come i diecimila…Inutile fare numeri. 
Eccomi seduto qui su questa specie di trincea, respiro dai miei occhi lo splendido altopiano che sale da Corvara e poi il gruppo Sella e là in fondo la Marmolada. Giù, sotto i miei piedi, dove la montagna è stata sradicata dal pianeta terra, immagino quei ragazzi che sino a poco tempo prima vivevano negli stessi villaggi, facevano le stesse cose per lavorare e per divertirsi. Su questa vetta mutilata dalle mine, dove la storia ha infilzato una delle sue frecce più crudeli, sento che c'è un presente di anime che urlano la disperazione della gioventù massacrata e la stupidità di ciò che ancora oggi, quasi novant'anni dopo, continuiamo a fare. Sento battere solo un unico grande cuore, un muscolo forte di gioventù e di bellezza naturale, di grandi vette, di aria limpida, di neve scesa per essere amata. 
Salendo, dopo il rifugio Pralongià, sono uscito dal sentiero. Ho guardato in giro, ho immaginato esili figure strisciare sotto i colpi dei cecchini, vittime di un' inafferrabile logica perversa, contro la Natura, ma purtroppo così radicata nella natura dell'uomo: ho guardato il Cappello di Napoleone, ho guardato la salita del Col di Lana, ho sentito che se ho una memoria e una storia, se posso imparare i nomi di queste montagne e di queste vallate, è anche perché i ragazzi confluiti assieme nell'unico grande fiume eterno, hanno subito una sorte crudele: questioni spazio-temporali. La forza disperata dell'uomo svanisce in questi tempi fatti di molli ambizioni, di inutili consumi, di corpi straziati senza aver potuto fermare il tempo della propria esistenza di fronte alla ghiaia argentea e ai prati verdi; anime che hanno versato la propria energia e la propria felicità per rendere ancora più belle queste montagne e scrivere altri segreti, che ci attraggono instancabilmente verso l'immutabile e indiscutibile maestà di questa roccia meravigliosa. 

Chissà perché questa discesa adesso è così veloce; chissà perché la forza dell'eternità si impenna in mulinelli tempestosi nei luoghi dove la storia ha donato splendore all'uomo chiedendogli talvolta sacrifici enormi. Chissà perché non siamo capaci di guardare i pendii e le tracce sotto la neve, lì è così facile capire che non abbiamo imparato ancora nulla e che tornare in alto è un dovere, prima ancora di un piacere. Chissà perché davanti alla montagna non riusciamo a capire la nostra fallace
dimensione e continuiamo a sfidare forze invisibili e straripanti.

Davide Sapienza



 


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