Rivoluzioni copernicane
GLI ORIZZONTI DI ULISSE


 

Questo articolo di Franco Michieli, di cui è riportato un estratto di seguito, appare sul numero 253 (Dicembre 2001), La Rivista della Montagna (Ed. CDA), in edicola sino al 25 gennaio. 
Per l'utilizzo di questo estratto si ringraziano l'autore e l'editore (www.cda.it).

MONTAGNE E FIORDI DEL NORD NON FURONO SEMPRE UN LUOGO FREDDO, AI CONFINI DEL MONDO. PROPRIO NEL BALTICO E NELLE ISOLE NORVEGESI, DURANTE UN'ARCAICA EPOCA CALDA, SI SVILUPPÒ UNA CIVILTÀ DI GRANDI NAVIGATORI CHE FORSE ISPIRÒ OMERO. FELICE VINCI, AUTORE DI QUESTA IPOTESI "NON ACCADEMICA", CI ACCOMPAGNA LUNGO UN SORPRENDENTE VIAGGIO NEI PAESAGGI DELL'AVVENTURA PER ANTONOMASIA: L'ODISSEA.

"Si potranno trovare i luoghi delle peregrinazioni di Ulisse quando si rintraccerà il calzolaio che ha cucito l'otre dei venti".
Strabone, Geografia I, 2, 15

Chi ha scoperto la vastità del mondo? Chi all'inizio dei tempi dell'umanità varcò l'ignoto delle remote latitudini, scoprì mari e toccò montagne che poi sarebbero stati dimenticati, vide il sole non tramontare o restare sepolto in una notte interminabile, guardò astri di un cielo diverso? Avvenne tutto dopo che la scrittura cominciò a registrare la Storia, o la Grande Esplorazione finì perduta, alla deriva nelle epoche in cui solo la memoria degli uomini sapeva di terre e di eventi? E Ulisse, il re di Itaca Odisseo, simbolo di quell'avventura, quando nacque?
Provare a seguire Ulisse nel suo mondo complesso e misterioso, situato in una realtà geografica e culturale arcaica, può rappresentare lo stretto cunicolo attraverso cui ritrovare le rotte perdute. Ma come? Allora, appunto, non esisteva la scrittura, e le storie meritevoli di essere tramandate venivano "cantate" oralmente dagli aedi, poeti dalla memoria straordinaria, che generazione dopo generazione trasmettevano ai posteri vicende originatesi in epoche remotissime. In fasi successive, col diffondersi della scrittura, alcuni di quei "canti" furono riuniti e trascritti, e adattati non solo all'ascolto, ma anche alla lettura. Ma come interpretare quelle parole a tanta distanza di tempo? Abbiamo mezzi per dissotterrare il "tesoro" che nascondono, o leggiamo senza capire? Sappiamo davvero cosa raccontano i poeti più antichi, quegli sconosciuti cantori che noi chiamiamo col nome di Omero, che nell'epoca oscura che intercorse tra la civiltà micenea e quella greca classica, probabilmente tra l'VIII e il VII secolo a.C., redassero l'Iliade e l'Odissea?

Siamo soliti dire che quei due poemi rappresentano le radici della cultura occidentale, ma dove affondino quelle radici, in verità, resta un mistero. Ad esempio: in che epoca e in che regione nacquero le leggende del gigante Polifemo che strappa le cime dei monti e le lancia in mare, del picco roccioso e liscio abitato dal mostro Scilla che nemmeno con venti braccia e venti gambe si potrebbe scalare, degli dei arcaici che dall'alto delle cime spiccano balzi prodigiosi saltando su terre e isole per intervenire nelle vicende degli uomini? E la guerra di Troia, ambientata secondo le ipotesi più comuni presso la costa dello Stretto dei Dardanelli nel XIII secolo a.C., è un fatto storico o un'immagine metaforica che nasconde significati arcani?
Come noto, nessuno ha mai dato risposte certe a nessuna di queste domande. L'archeologia ha trovato una quantità infinita di siti e reperti che testimoniano la presenza di numerose civiltà sulle terre e negli arcipelaghi del Mediterraneo orientale nel millennio precedente lo sviluppo della Grecia classica (fra cui le rovine anatoliche di Hissarlik che Schliemann, senza prove, identificò con Troia), ma poco o nulla coincide con precisione col "mondo omerico", descritto spesso nei poemi con accuratezza. Anzi, da un punto di vista geografico le incongruenze tra i poemi e il contesto mediterraneo sono così numerose e palesi da aver causato la disperazione di innumerevoli studiosi che, fin dai tempi classici, si sono spaccati la testa per ricostruire le rotte e le sedi di eroi, popoli e dei omerici. Invano. Finché, ultimamente, qualcuno non ha provato a porre la questione sotto un diverso punto di vista: "e se il nucleo delle avventure di Ulisse, di Achille e di Ettore si fosse originato precedentemente alla migrazione dei popoli micenei verso la Grecia e l'Egeo? Se luoghi e fatti avessero avuto un'altra sede primitiva, e solo in seguito la loro descrizione fosse stata trasferita nel Mediterraneo assieme agli aedi durante le migrazioni, e infine, nei secoli, parzialmente adattata alle condizioni del nuovo stanziamento?".
È questa l'ipotesi affascinante avanzata da un ingegnere nucleare di Roma, Felice Vinci, dedito fin dall'infanzia allo studio della cultura greca antica. Un'ipotesi non certo priva di punti a favore: talmente tanti e sorprendenti sono gli indizi scoperti da Vinci, ed esposti nelle 400 pagine del suo avvincente libro Omero nel Baltico. Saggio sulla geografia omerica, da lasciare sbalorditi. Dopo aver scambiato con Felice Vinci vari pareri e informazioni, come geografo ed esperto del Nord trovo che la sua teoria - la cui verifica spetterà agli archeologi - meriti di essere presa molto seriamente, anche da parte dei lettori della Rivista. Al di là dell'interesse culturale, infatti, essa allarga a dismisura gli orizzonti possibili per l'avventura umana, quella a cui, andando per montagne, siamo naturalmente legati. E anche perché i paesaggi che ci si apriranno innanzi lungo la nuova ricostruzione delle rotte di Ulisse sono tuttora terreni straordinari per l'alpinismo e il trekking. Ma partiamo dall'inizio, seguendo sinteticamente quanto lo stesso Vinci suggerisce.
Dimenticavo: apriamo l'atlante sulle pagine dell'Atlantico del Nord e della Scandinavia, senza dimenticare quella della Grecia; e prima di dare un giudizio, aspettiamo di aver messo assieme i vari pezzi del mosaico.

"La mia ricostruzione della geografia omerica è cominciata grazie a un indizio incontrato per caso - racconta Vinci -. Leggendo un'opera dello scrittore greco Plutarco (55 - 120 d.C.), scoprii la sorprendente affermazione che Ogigia si trova "a cinque giorni di navigazione dalla Britannia, in direzione occidente". Plutarco si riferiva all'isola dove Ulisse trascorse otto anni prigioniero della dea Calipso, al di là di un "abisso immenso di mare,/ spaventoso, invincibile"; se questa informazione è vera, potrebbe essere il ricordo di antichissime frequentazioni delle Fær Øer, l'arcipelago perso nell'Atlantico a nord ovest della Gran Bretagna. Ed ecco che seguendo da qui la rotta di Ulisse con le indicazioni che ci dà Omero, entriamo in un mondo arcaico mai immaginato. Ulisse riparte da Ogigia su una zattera tenendo sempre a sinistra la costellazione dell'Orsa, quindi diretto a est: "Per diciassette giorni navigò traversando l'abisso,/ al diciottesimo apparvero i monti ombrosi/ della terra feacia: era già vicinissima,/ sembrava come uno scudo, là nel mare nebbioso". Guardiamo l'atlante: il responso è univoco. La terra nebbiosa è la Norvegia meridionale (ricchissima, tra l'altro, di reperti dell'Età del Bronzo), con la sua costa accidentata da rocce montonate e scogli. Scheria la chiama Omero (regione inesistente nel Mediterraneo); per coincidenza, nell'antico norvegese skerja significa scoglio roccioso che emerge dal mare (skjær nelle lingue scandinave attuali)". Dopo l'incontro con Nausicaa, e il racconto ai Feaci delle sue peripezie, Ulisse viene accompagnato a Itaca da quel popolo di abilissimi navigatori (non rintracciabile nel Mediterraneo antico) su una nave velocissima, impiegando, alla lettera, solo una notte. Dunque, dove possiamo trovare a breve distanza dalla Norvegia meridionale arcipelaghi e terre che corrispondano alla geografia descritta da Omero come patria dei "biondi" Achei? Vinci l'ha ben presto scoperto: "la soluzione si trova nel Baltico meridionale, una sorta di "Mediterraneo" nordico che si apre all'Atlantico solo con lo stretto dello Skagerrak, l'equivalente geografico dello Stretto di Gibilterra e delle Colonne d'Ercole. Ulisse spiega ai Feaci dove si trova la sua dimora: "Abito Itaca aprica: un monte c'è in essa, il Nèrito sussurro di fronde, bellissimo: intorno s'affollano isole molte, vicine una all'altra, Dulichio, Same e la selvosa Zacinto. Ma essa è bassa, l'ultima là, in fondo al mare, verso la notte: l'altre più avanti, verso l'aurora e il sole". Tali indicazioni sono ribadite in diversi altri passaggi dei poemi. Dobbiamo perciò trovare un gruppo di quattro isole principali: la piccola Itaca (Ulisse la attraverserà rapidamente a piedi) verso il tramonto, poi a sud e a est le altre tre. Se guardiamo l'area dell'Itaca greca notiamo subito che essa si trova a est mentre Dulichio, che significa Isola Lunga, non esiste, come non c'è Same. C'è solo Zacinto, e poi c'è Cefalonia, non citata da Omero e in posizione incongruente con le sue parole. Nel Baltico invece, a sud ovest di Sjælland (che è l'isola di Copenhagen, identificabile con il Peloponneso omerico), si trova Langeland, che significa proprio Terra Lunga (Dulichio?). Accanto, nelle posizioni "omericamente corrette", troviamo Tåsinge (Zacinto?), Ærø (l'antica Same?) e Lyø, ovvero Itaca (entrambi i toponimi conducono nelle rispettive lingue al significato di "luminosa"). C'è perfino l'isoletta nello stretto tra Lyø-Itaca e Ærø-Same dietro cui si appostarono i Proci per tendere l'agguato a Telemaco, chiamata da Omero Asteride, identificabile con Avernakø". Insomma, i conti paiono tornare.

Con simili argomenti geografici a sostegno dell'ipotesi "baltica" dei poemi, cui si aggiunge il fatto che in entrambi il clima, tutt'altro che mediterraneo, è caratterizzato da continue nebbie, tempeste, mari lividi, venti violentissimi, brinate e perfino nevicate al livello del mare che obbligano i protagonisti a portare abiti pesanti, si potrebbe continuare per decine di pagine, incrociando dati appartenenti sia all'Iliade che all'Odissea, ma qui non è possibile. Rimandiamo per un'analisi più accurata all'eventuale lettura del libro di Vinci, ma intanto sentiamo dall'autore alcune delle incredibili coincidenze tra realtà omeriche e baltiche da lui scoperte, suffragate da abbondanti indizi geografici e mitologici, e da coincidenze tra toponimi omerici e toponimi baltici: "La "pianura ferace di grano" del Peloponneso (che significa "Isola di Pelope"; ma il Peloponneso greco è una penisola, e tutta montuosa!) corrisponde alla piatta e coltivabile isola di Copenhagen, cioè Sjælland; l'area di Troia alla Finlandia meridionale, presso il villaggio di Toija; localizzazione nordica che trova un'eccezionale conferma nell'episodio centrale della guerra di Troia - sottolinea Vinci -, una battaglia che occupa un terzo dell'intero poema e che dura indiscutibilmente per due giorni comprendenti la "notte funesta" intermedia, in cui i combattimenti continuano normalmente senza sosta, cosa impossibile nel Mediterraneo, ma logica nel chiarore notturno estivo dovuto alla latitudine! Quanto al "vasto" mare antistante, anziché all'angusto Stretto dei Dardanelli, corrisponde al Golfo di Finlandia, chiamato nell'antichità, secondo fonti medievali, proprio Ellesponto; Creta, che Omero non definisce mai "isola", è la costa settentrionale della Polonia; "l'Olimpo dalle molte cime" (Oùlympos) può essere individuato in un gruppo di monti della Finlandia settentrionale presso il fiume Oulanka. E Atene, quell'Atene preistorica descritta da Platone nell'opera Crizia come un luogo completamente diverso da quello dei suoi tempi ("aveva per montagne alte ondulazioni di terra…le piane erano coperte di terra grassa…c'erano vaste foreste sulle montagne…dovunque scorrevano copiose acque di fiumi e sorgenti"), potrebbe essere posizionata sulla costa sudorientale della Svezia, presso Karlskrona. Quanto al famoso ed enigmatico fiume Oceano, è molto verosimile identificarlo con la Corrente del Golfo, che lambisce tutta la costa norvegese". A questo punto qualcuno dirà: che cosa significa questo sdoppiamento di località tra Baltico e Mediterraneo? Dovremmo forse credere che Itaca, Atene, Peloponneso e Olimpo non esistono dove li abbiamo sempre visti? Certo che no; la soluzione è un'altra. "Si tratta di lasciare il nostro minuscolo orizzonte storico e provare ad abbracciare i millenni - chiarisce Vinci -, considerando che all'incirca tra il 5500 e il 2000 a.C. la terra godette di un clima eccezionalmente mite, ben più caldo di quello attuale, noto come "optimum climatico". Nell'ultima parte di quell'epoca in Scandinavia si sviluppò una civiltà del bronzo molto avanzata, in cui l'arte della navigazione raggiunse un livello straordinario, come attestano gli studi degli specialisti. Il raffreddamento del clima a più riprese nel millennio successivo provocò varie ondate migratorie da Nord a Sud, alcune delle quali si suppone abbiano portato nuove popolazioni nell'area greca. Gli abili navigatori del Baltico potrebbero essere scesi lungo fiumi quali la Dvina e il Dnepr fino al Mar Nero e all'Egeo, come fecero nel Medioevo i Vichinghi loro omologhi. E qui giungendo da conquistatori, riconosciuta una relativa somiglianza della conformazione delle terre rispetto al Baltico, le avrebbero ribattezzate con i nomi delle loro vecchie patrie, così come gli emigranti moderni amano dare alle loro colonie toponimi importati dalla madrepatria". Semplice, no? E Odisseo, fin dove arrivò?

(Continua. Vedi "La rivista della Montagna" N. 253, Dicembre 2001, in edicola sino al 25 gennaio 2002)



Home

©2001 - 2004 Nessun Dorma
Tutti i diritti riservati.
Web design by Olmografia - Clusone