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Articoli Musicali
PAUL MC CARTNEY
Wingspan
(Parlophone/EMI, 2CD)
"Certa gente vorrebbe riempire il mondo di stupide canzoni d'amore…Cosa c'è di male?". Be', bravo Paul, cantagliele! Agli inizi degli anni '70 Paul McCartney si è ritrovato sulle spalle un "peso" non indifferente: essere un ex Beatles. Naturale che qualsiasi cosa facesse fosse destinata a confrontarsi con il mito, con quel colosso alle spalle che avrebbe schiacciato chiunque. Con una moglie davvero amata (Lovely Linda) una famiglia in crescita e con un bagaglio di creatività pressoché ancora intatto (e di questo devono dargliene atto anche i detrattori più accaniti), Paul ha deciso di ricominciare daccapo riscoprendo la semplicità un po' naïf di fare dischi "domestici" con pochi mezzi (il primo LP solista, McCartney, del 1970), di fondare nel 1971 un nuovo gruppo, i Wings, il cui compito era fin dalle premesse arduo se non impossibile: eguagliare e superare i risultati "numerici" dei Beatles.
Poco meno di dieci anni dopo i Wings si sciolgono in seguito al raggiungimento dell'obiettivo: incredibile a dirsi ma sono riusciti a battere i Beatles sia per le vendite di un solo singolo (Mull Of Kintyre), sia per l'affluenza ad un solo concerto (battendo così il record dello Shea Stadium). Con alle pareti 27 dischi d'oro per la sola produzione Wings Paul è soddisfatto: missione compiuta. Oggi sembra quasi naturale che dopo l'ondata di beatlemania ravvivatasi dall'operazione Anthology e dopo la dolorosa scomparsa di Linda, Paul abbia sentito la necessità di riguardare a quel periodo con un occhio nostalgico e un po' compiaciuto attraverso una doppia antologia che in realtà "copre" anche alcuni anni del dopo-Wings (con buona pace di quelli che si ostinano a dire che operazioni del genere sono mirate a rimpinguare le finanze: quest'uomo è probabilmente il più ricco d'Inghilterra dopo la regina Elisabetta e per quel che mi riguarda ogni pence se l'è ampiamente guadagnato!).
Wingspan si divide in un primo CD contenente i successi (moltissimi e anche qui ci sono pagine memorabili) e in un secondo CD denominato History nel quale Paul ripropone quelli che sono secondo il suo gusto personale gli episodi fondamentali per ripercorrere la propria vicenda artistica del periodo 1970-1988. Non è necessario ribadirlo, ma siamo di fronte a uno dei pochi veri geni del pop del secolo, e questa raccolta sta a dimostrare che anche i cosiddetti "episodi minori" (ma dopo i Beatles qualsiasi cosa, canzone o evento, sarebbero stati "episodi minori", con la sola eccezione della morte di uno dei protagonisti) sono assolutamente piccole gemme che hanno un loro pregio e meritano di essere ricordate. Un'arte rara e preziosa quella di scrivere canzoni di questa levatura: perfino la tanto vituperata Silly Love Songs è perfetta nello sbeffeggiare tutti i suoi detrattori con un'eleganza pop e una serenità d'intenti infinite. E nel dopo-Beatles Paul di detrattori ne ha avuti tanti, spesso maltrattato da parte di una certa critica spocchiosa e ignorante che lo ha sempre dipinto come l'alter ego "leggero" di John e l'animo gentile del gruppo. In effetti Paul è sempre stato un po' "baronetto", ma a chi si chiede se c'era bisogno di un'antologia dei Wings si può tranquillamente rispondere: "ma perché no?". Lasciando da parte l'arrogante faziosità di chi si schiera a favore o contro per il puro gusto di esaltare i dualismi, apprezziamo (e magari riscopriamo) l'arte di canzoni come Band On The Run, Jet, Live And Let Die, My Love (e qui non credo di essere blasfemo nel dire che siamo ai livelli di The Long And Winding Road), Maybe I'm Amazed, Junk (di un candore che sarebbe stata perfetta sul White Album) e perfino la leggerezza "disco" ostentata da Goodnight Tonight e Coming Up ci appariranno come tasselli fondamentali di una vicenda artistica che più di molte altre merita di essere raccontata e ricordata.
Ecco quindi che il CD Hits sostituisce il Best Of di parecchi anni fa, mentre History getta una nuova luce su episodi che sarebbe stato un peccato veder cadere nell'oblio (ad esempio Tomorrow, da Wings Wild Life, mentre il divertissement Rockestra Theme, dall'ultimo album dei Wings Back To The Egg, resta un po' deludente, specialmente se si pensa che vi è riunito un cast stellare costituito da Pete Townshend, Dave Gilmour, Robert Plant, John Paul Jones, John Bonham, Hank Marvin, Ronnie Lane, Kenny Jones, Dave Edmunds e Nick Lowe, ovvero chi ha fatto la storia del rock inglese di almeno due decenni) e che è davvero un piacere riascoltare in versione rimasterizzata. L'operazione Wingspan è accompagnata dalla messa in onda di un documentario omonimo della durata di due ore che svela i retroscena della vicenda Wings: negli USA è già stato trasmesso dalla ABC, mentre in Italia probabilmente dovremo aspettarlo solo in DVD (sorpresi eh?).
"Certa gente vorrebbe riempire il mondo di stupide canzoni d'amore… Cosa c'è di male?". Ben detto Paul, e ancora grazie per avercele cantate.
COUSTEAU
Cousteau
(Palm Picutres/ NuN Entertainment)
Ristampato dalla NuN Entertainment con tre brani in più, questo album d'esordio dei Cousteau (già disponibile d'importazione da qualche mese) ha molti motivi per farsi apprezzare. Se da un lato può essere vero che la voce cavernosa e sensuale di Liam McKahey deve moltissimo a gente come David Bowie, Nick Cave e Scott Walker, è anche vero che questi cinque ragazzi britannici fanno un pop talmente elegante e raffinato da scomodare perfino paragoni con un maestro del genere come Burt Bacharach (ah… quella tromba!). Non solo: scrivono delle belle canzoni, le sanno suonare con il pathos e il trasporto che queste richiedono (come si è potuto verificare nel corso di un affollato showcase milanese) e, una volta tanto, sembrerebbero avere tutte le carte in regole per soddisfare pubblico e critica.
Se ad un primo ascolto l'impressione potrebbe essere quella di un quintetto di "poseur" che hanno trovato un bella formuletta abbastanza "cool" da far breccia, ballate notturne come le iniziali Your Day Will Come e The Last Good Day Of The Year non possono lasciare indifferenti per forza evocativa ed equilibrio nella produzione. Insomma queste sono canzoni che lambiscono la perfezione di un pop notturno e malinconico (immaginate un Nick Cave molto, ma molto, più addolcito) seguendo una ricetta semplice ma non facile, sfiorando magari qua e là il "già sentito" (ma Mesmer ha un'ariosità che gruppi come ad esempio i Tindersticks non hanno mai avuto) ma convincendo proprio in virtù della bellezza di alcune canzoni (molte a dire il vero: Jump In The River, How Will I Know, il superlativo lamento dell'intro pianistica di You My Lunar Queen). Dopo otto canzoni pervase dallo stesso "mood", One Good Reason mostra un lato diverso della band, qui più incline alla ballata pop beatlesiana (e la voce solista in questo brano è quella del pianista e polistrumentista Davey Ray Moor, responsabile anche della produzione dell'album, nonché autore della maggior parte dei brani), mentre I Wish You Were Her ha un suono decisamente più "contemporaneo" e una solarità che forse più si addice alle frequenze radiofoniche estive. Le tre bonus track all'edizione italiana sono prese da vari singoli difficilmente reperibili in Italia e almeno due di esse una volta tanto restituiscono dignità alle "B-sides" attestandosi sugli stessi elevati livelli del resto dell'album.
Poco importa se molto spesso si ha l'impressione di ascoltare il disco di ballate "afterhours" che tutti avrebbero voluto (o quantomeno si sarebbero aspettati) magari da un David Bowie degli anni '80: questo è un disco sul cui successo si può scommettere e, in caso di vittoria, rallegrarsi. Uno degli esordi più folgoranti della stagione: già una realtà più che una promessa.
ECHO & THE BUNNYMEN
Flowers
(Cooking Vinyl/S4)
Un bel ritorno quello di Echo & the Bunnymen, che oggi guidati dai soli Ian McCulloch e Will Sergeant (in fin dei conti i membri fondatori) ritrovano forse inaspettatamente la felice vena degli esordi (erano i primi '80) con un album di pop rock profumato dalle spezie psichedeliche degli anni '60. Più che dalle serre della Liverpool del nuovo millennio questi "Flowers" sembrano provenire dalle camere oscure di una New York anni '60 (quella dei Velvet Underground di Warhol) o dal lato meno soleggiato di una certa California anni '60 (quella inquietante dei Doors),
Proprio l'iniziale "King Of Kings" riecheggia fortemente "Dancing Barefoot" (splendida ballata di Springsteen portata al successo da Patti Smith), ma è un chiaro omaggio a Jim Morrison e a certe atmosfere inconfondibilmente doorsiane, ma quello che potrebbe essere un omaggio all'eroe di gioventù di McCulloch (che si ripete con An Eternity Turns) finisce poi con lo stemperarsi in un gradevole british pop (Hide & Seek) dalle emozionanti aperture melodiche (Supermellow) tra le cui pieghe emergono qua e là anche delle chitarre jingle jangle talmente debitrici ai Byrds (in Make Me Shine ci sono perfino tanto di nastri al contrario) da far nascere il sospetto fin dal primo ascolto che l'intro di "Life Goes On" sia davvero uguale a "I'll Feel A Whole Lot Better" del Byrd Gene Clarke. Omaggio o plagio? Furberia o scherzi del subconscio ? La memoria che riaffiora o semplice divertissement?
Domande che non trovano risposta e che è meglio accantonare se si vuole gustare un album piacevole e vario quanto basta per dimostrare la buona fede di McCulloch e Sergeant, la cui musica è da sempre stata più accostabile alle tonalità brumose indotte dalla Guinness che non al caleidoscopio di colori provocati dall'acido. E allora "It's Alright", la title track e "Everybody Knows" hanno un incedere molto "U2 ultima maniera" (quelli tanto vituperati di All That You Can't Leave Behind, che, ci tengo a ribadirlo, anche a distanza di tempo resta un grande disco di pop rock), ma se è vero che il primo amore non si scorda mai (il riff di "Buried Alive" deve solo "qualcosa" a "Sweet Jane"?), è vero anche che Echo & the Bunnymen hanno ritrovato uno smalto che si credeva perso nel corso di un decennio (i Novanta) che certamente non li ha visti tra i protagonisti nemmeno quando l'effimero fenomeno del brit pop sembrava preparare loro il terreno fertile per un ritorno a grandi livelli. Una "second coming" che per Echo & the Bunnymen trova pieno compimento solo ora.
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