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Esploratore nei
territori dello spirito
di Davide Sapienza
(note di copertina del cd)
Imbattendosi nell'arte e nella vita di Bruce Cockburn, cantautore canadese, è subito evidente una cosa: la geografia della sua musica, le sconfinate terre di meraviglia e di profondo candore poetico mappate con ardore e profonda lucidità letteraria. Sono i segni apparenti di qualcosa che non attiene al pensiero a tavolino, all'artigianato della canzone più o meno nobile, ma di una vena vitale che si vive: vediamo così data e luogo dove queste canzoni sono state messe al mondo, stampate in fondo a ogni testo come il journal entry dei grandi esploratori; ascoltiamo mirabolanti brani strumentali in ogni album dal 1970 a The Charity of Night (1997) e Breakfast in New Orleans, Dinner in Timbuktu (1998), due apici di una lunga carriera (premiata in Italia nel '98 con la Targa del Club Tenco). Sono queste le piccole cose, le tracce sotto la neve che indicano col proprio calore invisibile una linea visibile a chi vuole vedere, tracciata da un talento formidabile. Così possiamo comprendere alcune cose di Bruce Cockburn, artista che ha creato e sviluppato uno stile chitarristico emozionante e virtuoso, mettendo a punto un uso della voce inconfondibile e un apparato stilistico e letterario di enorme potenza espressiva.
Anything Anytime Anywhere, titolo fluido ed aperto, ripercorre gli ultimi venti anni di quella che, più che una carriera, si può definire una via da un lato attenta alle emozioni più intime di ogni essere vivente e dall'altro pronta a farsi portatrice responsabile di un'esplorazione moderna dell'uomo negativo, quello che si arma di avidità, potere sconsiderato, sporche guerre, per distruggere La Terra e i suoi abitanti: versi di inquietante "sputati" con lucidità da "Call it democracy", "The trouble with normal", "If I had a racket launcher" (la sua canzone di maggior successo commerciale, in piena era Reagan) , "If a tree falls", accanto a delicate visioni di un pianeta/punto di riferimento di ogni essere umano con un po' di senso ("Sogno com'era una volta/Prima le cose erano differenti/L'immagine scorre a come sarà/ Equilibrio stabilito", "A dream like mine"). In queste canzoni c'è un campionario umano impressionante: aguzzini, guerrafondai, politici corrotti, nativi i cui diritti sono regolarmente calpestati, sognatori, loschi figuri, entità umane sfumate come colui che si racconta in fuga al ritmo ipnotico di "Night Train", un'ansia scandita in musica che va a sciolgliersi in solitaria libertà ("…Il treno della notte che passa/è il suono che si sente quando qualcuno se ne va…", "E l'occhio della mente rimbalza lungo il binario d'acciaio/ Le ombre si sistemano basta fissarle…E in assenza di una visione ci sono gli incubi/ In assenza di compassione c'è un cancro/ Il cui stendardo vola sopra palazzi e strade malfamate/ E il ritmo del Treno della Notte è un mantra...").
Queste canzoni sono la cucitura di una altrimenti incolmabile vallata imprescrutabile, il ponte ideale, spiritualmente molto reale, che l'arte e la bellezza lanciano tra l'immaginazione, le aspirazioni, le conoscenze innate e la realtà, il paesaggio fisico e umano che si incontra nel viaggio e nel movimento forza motrice dell'evoluzione e della ricerca interiore. Cockburn per fare questo si "limita" ad un uso di figure poetiche legate al territorio e all'incredibile ricchezza di cui è stracolmo, e lo fa anche quando si tratta di affrontare una crisi di identità come quella di "Pacing the cage" ("Il tramonto è un angelo che piange/Estrae una spada insanguinata/ Non riesco a capire verso dove punta/ Per quanto mi sforzi di guardare con gli occhi socchiusi/ A volte senti di aver vissuto troppo/Le giornate gocciolano lente sulla pagina/Ti ritrovi senza volerlo/ A misurare coi passi la gabbia"), oppure per descrivere l'amore come momento di sconvolgimento necessario ("Ma le cose che valgono non le ottieni senza lottare/ Prenderò a pedate il buio sinchè non sanguinerà luce", "Lovers in a dangerous time").
Le sedici canzoni ("My beat" e "Anything anytime anywhere" registrate per l'occasione) qui presenti sono una finestra aperta con vista su trent'anni di carriera, quasi altrettanti dischi, partecipazioni a progetti in sostegno a popolazioni native, campagne antimine, viaggi in paesi disastrati da carestie e guerre, occupandosi poco di farlo sapere ai rotocalchi e alle tv. Sopra qualsiasi altra considerazione, grandi spazi interiori che si tramutano, in movimento dinamico, in paesaggi fisici e umani di vibrante realtà. Parole e musica, Bruce Cockburn.
Davide Sapienza, Alpi Orobiche, Novembre 2001
BRUCE COCKBURN
ANYTHING, ANYTIME, ANYWHERE - Singles 1979-2002
( S4/Sony)
Sono sempre più frequenti fenomeni di infatuazione, difficilmente giustificabili, in cui il pubblico preferisce "incollarsi" ad un beniamino che catalizza le attenzioni attorno a sé con comodi e assecondati artifici del momento, piuttosto che andarsi a studiare un artista di rilievo che con passione, al contrario, preferisce mettersi in gioco attingendo in solido al bagaglio della propria capacità artistica ed espressiva. Ma a noi questi termini di paragone non interessano abbiamo già le idee chiare in proposito; in contrapposizione uno del novero che conta, tale Bruce Cockburn, è tornato in circolo proprio in questi giorni consegnando alle stampe una prelibata raccolta dei singoli pubblicati dal 1979 ad oggi "Anything, Anytime, Anywhere" che, se agli atti non rappresenta una trattazione completa ed enciclopedica della ultratrentennale carriera dell'artista canadese, ne percorre in sintesi con rigorosa ricognizione cronologica i suoi episodi musicali più salienti.
Ciò restituisce nella sostanza un Bruce Cockburn in forma smagliante, tale è l'impressione percepita nei due inediti dell'album, la gradevole "My beat" e l'omonima e struggente title-track, e in una nuova dimensione visiva resa ancor più insolita e rassicurante per via di una candida barba che gli incornicia il volto.
Nella sommatoria dei consensi che l'album si guadagna dobbiamo includervi la scelta azzeccata di S4, curatrice della stampa per il nostro paese, di proporre una puntuale e avvincente traduzione dei testi in italiano. Sono pochi quei musicisti per i quali il termine "leggenda" può essergli tributato insindacabilmente e tra questa schiera di eletti, in realtà sempre più esigua, siamo ben consci che possa conquistarsi una più che onorata collocazione anche Bruce. A conti fatti la geografia musicale canadese ha impartito una lezione di tutto rispetto se si pensa che oltre all'autore di "Waiting for a Miracle", qui riproposta nella sua forma più struggente, dalla sua terra di rimando tornano subito alla memoria le scorribande chitarristiche di Neil Young, le meditazioni di Leonard Cohen, l'intimismo dei Cowboys Junkies, tutt'altro che silenti, senza contare personaggi del calibro di Ron Sexsmith e Bocephus King, tra le nuove leve, nei quali la critica ripone le proprie speranze e che stanno cercando di guadagnarsi con merito una definitiva consacrazione sulle scene.
Che madre natura lo avesse dotato di una non comune inclinazione compositiva e strumentale lo si era appreso dai tempi di "Night Vision", correva l'anno 1973, e da allora Cockburn ha tracciato con perspicace maestria solchi indelebili nella storia del folk-rock mondiale basandolo su un proprio ed ineguagliabile pingerficking chitarristico che ruota attorno a un profondo e non comune lirismo compositivo, lasciando in disparte una volta per tutte gli inutili bisogni del mondo occidentale per ampliare con urgenza i nostri sempre più limitati orizzonti sulle sopraffazioni e sulle iniquità perpetrate ai danni di un'umanità sempre più indifesa ed esposta rendendosi silenziosamente portavoce di cause per il rispetto dei diritti civili dell'esistenza.
Sono sentieri sempre più difficili da battere e, se vuoi, scomodi per un artista ma per i quali Cockburn, con innegabile linea di principio ed autorevolezza, non ha mai voluto rinunciare. Questo è il minimo comune denominatore che con fermezza e senza invadenza perniciosa alcuna emerge tra un disco e l'altro e così della visita compiuta ai numerosi campi di rifugiati in Nicaragua ne sembrano risentire i testi-invettiva scritti sulle partiture di "If I had a rocket launcher" e del suo cavallo di battaglia "Call it democracy" estrapolati rispettivamente dai fortunati "Stealing Fire" e "World of Wonders" che suonano come una dichiarata battaglia contro il dramma della feroce dittatura subita dalle popolazioni civili del paese centroamericano. Battaglie e propositi personali non abbassano mai la guardia e sono questioni per le quali Cockburn non si fa comodamente scudo e così anche "If a tree falls" offre uno spaccato davvero da ribrezzo sui delitti ambientali perpetrati nei confronti di una foresta amazzonica e sugli indios che la popolano ormai sempre più violati ed inermi.
"A volte la musica vale più di mille parole" questo sembra essere il motto di prevalenza in negativo uscito dalla testa di certa critica musicale dentro al quale va a celarsi un banale motivo di distacco dalle produzioni discografiche di Cockburn degli anni '80 e così se da una parte l'artista alleggerisce la sua partitura riversando tutto il suo carico espressivo in piacevoli suoni latini e reggae, il peso specifico del suo lirismo testuale si mantiene comunque su quote elevate come avviene in "The trouble with normal" dove continua a sostenere la causa dei più indifesi.
Di contro "Wondering where the lions are", uno dei suoi successi di più larga scala, ci rammenta invece le sue prime apparizioni in pubblico in Italia alla fine degli anni '70, una patria che lo ha sempre sostenuto con interesse e non è un caso che nel 1999 si sia guadagnato un importante riconoscimento nell'ambito del Premio Tenco, riservato fino ad allora ad artisti del calibro di Tom Waits ed Elvis Costello.
E se gli anni '90 sono ben introdotti da "A dream like mine" e "Listen for the laugh" tratti rispettivamente da "Nothing but a burning light" e "Dart to the heart" che in modo meristematico anticipano alla grande altrettanti album capolavoro, gli ultimi della serie, licenziati entrambi per Rykodisc "The Charity Of Night" e "Breakfast In New Orleans, Dinner In Timbuktu", "Night train", "Pacing the cage" e "Last night of the world" sembrerebbero davvero poca cosa per riuscire a focalizzare in pieno questi due lavori così meticolosamente strutturati e che riescono a dare una silenziosa e vibrante pregnanza alle prestazioni strumentali che devono misurarsi con la corposa rete di richiami delle storie.
L'amore sulla faccia di questo pianeta sembra affievolirsi sempre più, ma se prendiamo atto della citazione di Cockburn in "Lover in a dangerous time" "le cose che valgono non le ottieni senza lottare, prenderò a pedate il buio finché non sanguinerà luce", queste parole ci convincono sempre di più ad abbandonare una volta per tutte le nostre pretese per cominciare a scoprire altre verità che poi così tanto lontane non sono.
Alessandro Fabbri
(alessandro.fabbri@libero.it)
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