GEORGE HARRISON - Isn't it a pity? 


"Le parole volano come pioggia incessante in una tazza di carta/ Scivolano mentre passano, si disperdono attraverso l'universo/ Pozzanghere di dispiaceri, ondate di gioia che fluttuano nella mia mente aperta, si impossessano di me accarezzandomi"
(John Lennon, "Across the Universe")

Venerdì 30 novembre 2001 ci siamo svegliati e abbiamo appreso ciò che già, dentro di noi, sapevamo: Gorge Harrison è morto. Divorato da un tumore, a soli 58 anni, George è morto. George Harrison è diventato famoso perché contribuì all'ascesa e all'affermazione dei Beatles, assieme ai suoi amici di Liverpool Ringo Starr, Paul McCartney, John Lennon. Il più giovane componente della leggendaria band liverpuliana, Harrison fu anche un chitarrista di notevole spessore, influenzando parecchie band e sviluppando amicizie creative con personaggi di grande spessore come Eric Clapton e Ravi Shankar, riuscendo sempre a stare un passo più indietro dalle luci della ribalta e contribuendo a rivelare al mondo la cultura e la musica dell'India. Potrei andare avanti, scrivere quanto era bravo, perché era bravo, quante belle canzoni ha scritto. Invece preferisco non farlo: quello l'ho già fatto da solo, quella mattina, ascoltandomi tante sue canzoni emozionanti, anche il poco conosciuto disco dal vivo in Giappone del 1992, l'unico tour affrontato dall'ex Beatle dopo più di vent'anni di lontananza dai palchi, perché il suo amico Eric Clapton lo convinse dell'opportunità di rifarsi vedere da tanta gente che lo amava ancora, vent'anni dopo il primo grande concerto di beneficenza della storia, The Concert for Bangladesh. Da metà anni '70, George ha anche contribuito in maniera mecenatesca, senza intrusioni creative, come produttore cinematografico, finanziando prima i Monthy Pyton per l'esilarante commedia dell'assurdo "Brian di Nazareth" e poi diverse pellicole che hanno contribuito a rilanciare il cinema inglese durante gli anni ottanta (su tutti, "Mona Lisa" con Bob Hoskins).

Eppure ripensando a Harrison George, di Liverpool, Inghilterra, quella mattina mi è venuto in mente il sarcasmo, l'irrisolta questione del rapporto con la fama e le masse urlanti e il materialismo che questo gioco al massacro del successo porta con sé. Alla fine di The Beatles Anthology Video, Harrison a un certo punto, parlando dei fan ai tempi della beatlemania (fenomeno che costrinse il quartetto a smetterla coi concerti dal vivo già nel 1966) disse: "Ci avevano dato i loro soldi, ma noi gli avevamo dato il nostro sistema nervoso". Chi ha visto questo straordinario documentario sa che non c'era traccia di arroganza o di mancanza di rispetto, in queste parole. Il viso scavato, gli occhi profondi, lo sguardo di una persona che portava i segni evidenti di una vita passata a creare un giardino privato e segreto dove praticare la propria spiritualità e la propria vita reale, l'evidenza di un essere umano che ha meditato e riflettuto tantissimo su qualcosa che non è il mondo delle canzonette, ma la sua grande metafora di un sistema di valori sbagliato e marcio nelle sue stesse radici: tutte cose alle quali George ha immolato la propria mente, al punto di sacrificarla e di esporla a un tumore. Che destino beffardo, direbbe qualcuno. Forse sì, forse no. Il vero problema è che Harrison e i Beatles rappresentano qualcosa di bello, di visionario, di illimitato, la potenzialità della creatività e della forza dell'immaginazione. Come ha dichiarato Paul McCartney a caldo, "George è stato un uomo di coraggio, dal cuore d'oro ma anche insofferente con gli imbecilli. Non potrò mai dimenticare che senza di lui tutto ciò che è stato non sarebbe mai stato possibile. Mi mancherà tantissimo e gli vorrò sempre bene - lui è il mio fratellino". 

Nel 2001, tra gli altri, ci ha lasciato anche Fred Neil, certo molto meno conosciuto di George Harrison (ricordate la celebre "Everybody's talking" dal film "Un uomo da marciapiede"?), ma non per questo meno bravo. Un altro uomo che stava un passo indietro, un altro ammaliatore di note selvagge espresse da una voce divina. Chissà se Fred e George si erano mai incontrati. Non lo so. Forse sì, forse no.
Ora stanno nello stesso posto, si sono dissolti nell'universo, e un giorno li ritroveremo nelle note di qualche ignaro giovane artista la cui chitarra, intanto, inizierà gentilmente a lacrimare.

Davide Sapienza



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