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PREMIATA FORNERIA MARCONI:
Intervista a Franz Di Cioccio, batterista della più grande band italiana
di sempre
Dire
PFM, la sigla scelta per facilitare a tutto il mondo la pronuncia di Premiata Forneria
Marconi, è dire uno dei capitoli più belli ed esaltanti della musica italiana, in Italia e nel resto del globo. Nati dalle ceneri dei Quelli a fine anni '60 Franco
Mussida, Giorgio Piazza (poi sostituito da Patrick Djivas nel 1974), Flavio
Premoli, Franz Di Cioccio e Mauro Pagani (che abbandonerà il gruppo nel 1975) danno vita alla PFM in un periodo in cui la fuga dalla canonica formula della canzone d'autore italiana era una esigenza mai fino ad allora così sentita. Peculiarità della PFM è sempre stata, fin da allora, una devastante espressività live unita ad una perizia tecnica senza pari grazie alla quale i singoli membri del gruppo risultavano essere i session man più richiesti per le registrazioni dei grandi del periodo (da Battisti a De
Andrè). La PFM, a differenza di altri gruppi che scaveranno il solco di quello che allora era definita musica
pregressiva, non nasce però in sala d'incisione ma sui palchi di tutta Italia. Il repertorio di quel periodo includeva, oltre ai pezzi propri che finiranno poi sui loro primi dischi (Storia di un minuto
RCA/BMG 1972, Per un amico RCA/BMG Ariola 1972), anche alcune cover dei gruppi esteri più in voga del momento, dai King Crimson ai Jethro
Tull. Proprio questo loro mood internazionale li porterà ben presto a collaborare con Pete Sinfield - poeta dei King Crimson che vedeva in loro il futuro del suo lavoro svolto con i Re Cremisi del celeberrimo In The Court Of The Crimson King - grazie all'intercessione di Greg
Lake, (di Emerson Lake And Palmer) che, innamoratesene ascoltando una cassetta, decise di volare in Italia per ascoltare un loro concerto. Da questa collaborazione nasce pressoché istantaneamente il loro primo lp internazionale, Photos Of Ghosts
(Manticore, Numero Uno, 1973), versione cantata in inglese di Per Un Amico. Per chiarire il successo avuto da questo lavoro basti dire che sarà ritenuto miglior disco dell'anno in Giappone e che Melody Maker preferirà la
PFM, nella classifica dei gruppi emergenti, a Eagles e Supertramp. Il salto è di quelli molto alti e i nostri si trovano in breve a calcare le scene internazionali con un tour mondiale che toccherà le vette più alte (grazie anche al successo del secondo album americano The World Became The World e del live
Cook, un live che da noi si chiamerà Live in Usa) in festival americani in grado di farli esibire, condividendo il palco con band del calibro di Allman
Bros., Santana, ZZ Top e Beach Boys, davanti a 250.000 persone. Cinquanta date coast to coast che consegneranno la PFM all'olimpo del rock internazionale. Da qui in avanti una serie di fattori quali l'avversione dello showbiz statunitense nei confronti di un gruppo estero, la nostalgia dell'Italia e alcune defezioni e rimpasti importanti (quali l'uscita di Mauro Pagani dal gruppo e l'ingresso di un front man come Bernardo
Lanzetti) traghettano la Premiata Forneria negli anni ottanta con un sempre minore interesse da parte di pubblico e critica. Sarà Miss Baker l'album a cui spetterà di chiudere quel decennio non troppo fortunato, che indurrà la PFM a prendersi una lunga pausa di riflessione. Sarà solo sul finire degli anni novanta (Ulisse, 1996) che il gruppo acquisterà nuova vitalità e motivazioni. Una ritrovata freschezza live che ce li consegna, ad oggi, nel massimo del loro splendore e con una potenza ed espressività che rendono irrinunciabile l'assistere ad un loro show dal vivo. PFM è l'incontestabile esempio vivente di come sia possibile mantenere viva ed attuale l'energia che ha segnato un'epoca.
Franz Di Cioccio, quando ho detto a mio padre che ti avrei intervistato ha avuto un mezzo tracollo, eri e resti uno dei suoi miti musicali…
(risate)…tu sei fortunato, pensa che il mito di mio papà era Nilla Pizzi!
Per chi, come me, a causa di insuperabili motivi anagrafici, vi ha sempre ascoltato come un'immensa icona del passato è stata una tanto grande quanto inattesa sorpresa ritrovarvi "on the road" a fine millennio scorso; perfettamente in forma e decisamente energici. Come vi è tornata la voglia di ricominciare?
Beh in effetti la tua sorpresa è stata quella di molti altri che ormai ci davano per dispersi. In realtà non ci siamo mai sciolti, avevamo semplicemente deciso di prenderci una pausa di riflessione; questo perché in realtà è necessario avere sempre qualcosa da dire, PFM non ha mai fatto un disco uguale al precedente e lo stare insieme non era un fatto meramente discografico, commerciale. Siamo sempre stato un gruppo abbastanza autarchico, abbiamo fatto sempre quello che volevamo e ci siamo sempre impegnati al massimo nei nostri lavori, cercando di dare tutto il possibile anche in dischi che magari hanno avuto meno successo dal punto di vista meramente discografico.
In effetti la vostra discografia è stata soggetta ad alterne fortune…
Era in un certo senso inevitabile che accadesse. La motivazione che ti deve spingere a fare un disco non deve essere il pensiero di dover piacere a tutti all'infinito. È impossibile e non onesto, secondo noi, ridursi a fare dischi con lo scopo di essere tu a seguire il pubblico. Anche perché il pubblico è il mare, sono miliardi e miliardi di gocce che tutte insieme formano il pubblico; tu non puoi conoscere singolarmente ogni persona e mentre loro cambiano anche tu cambi perché in realtà si cambia con il procedere nella vita. E così arrivi ad un punto in cui la tua musica è cambiata perché tu sei cambiato e magari non ti accorgi che c'è una parte del pubblico che ti vorrebbe cristallizzato come ti ha conosciuto. Noi abbiamo passato due generazioni, forse tre…
…direi che ormai ci siete quasi…(risate)
…io ci scherzo perché in fondo è quello che volevo fare, arrivare a 75 anni suonando la batteria. Se ci arriverò sarò felice perché in fondo il mio obiettivo fin dall'inizio era vedere se si poteva fare rock fino a quella età! Siamo parte di quella generazione che oggi dovrebbe saper dimostrare di saper stare su un palco con dignità nonostante gli anni…(altre risate).
Tornando a noi, nel '96 abbiamo deciso di ricominciare a far dei dischi insieme e abbiamo deciso innanzitutto di fare un disco non allineato, che era "Ulisse"; un argomento unico, un concept album che raccontasse il ritorno di quattro musicisti che avevano fatto un viaggio, ognuno per conto suo, con la propria personalità e le proprie avventure. Fortunatamente ognuno di noi è rimasto nella musica, anche se in modi un po' diversi, quel tanto di diverso che è bastato a far crescere una nuova esperienza, un nuova carica e una nuova energia….
Infatti assistendo ad alcuni dei vostri recenti live si resta da un lato stupiti per l'energia emanata e dall'altro rinfrancati dal fatto che si percepisce chiaramente che è un atto molto sentito e non inquinato da dinamiche diverse dalla pura voglia di far musica…
Quello che mi stai dicendo mi fa molto piacere in quanto per noi il più grande complimento è proprio questo. Generalmente, soprattutto all'estero, si fanno reunion perché dietro ci sono degli interessi, soldi…queste cagate che fanno sempre inglesi e americani. In Italia non c'è lo spazio per queste cose o meglio, a livello di band non c'è; c'è invece costantemente per quanto riguarda i cantanti, infatti Sanremo è un po' il ricettacolo di queste cose, tirano fuori delle persone dall'oggi al domani, gente che ormai non fa più né dischi né concerti ma che serve hai fini dello spettacolo. La verità è che quando la musica si piega al business non c'è più speranza.
Tornando al vostro viaggio di ritorno…
Sì, dicevo, abbiamo fatto questa scelta di ispirarci ad Ulisse in quanto archetipo di un uomo che viaggia per tornare alla sua isola. Per noi l'isola a cui tornare è la nostra musica e una maniera di concepirla come mai allineata a sé stessa, mai un disco uguale all'altro. La cosa più facile sarebbe stata quella di fare un disco uguale all'altro perché aveva avuto successo, questo però impoveriva notevolmente la capacità creativa. PFM è sempre stato un gruppo che si è mantenuto una parte vitale, che era quella dell'improvvisazione, quella del live; questa cosa ci ha sempre accompagnato e ci ha fatto fare dei dischi bellissimi perché, probabilmente, tutte quello che finiva sul disco veniva ampiamente suonato nel tour precedente. Improvvisando emergevano frasi musicali che erano suggestioni. Tornare a suonare insieme dopo dieci anni con Ulisse ci ha dato grosse soddisfazioni…disco d'oro, è piaciuto alla critica e il rientro "definitivo" è venuto da sé. L'impatto con il pubblico poi è stato talmente rinfrancante da creare immediatamente lo spazio per un disco live. Quel disco (www.pfmpfm.it (il Best)
N.d.A.) è stato un fissare molto bene lo stato di salute del gruppo. Il positivo rumoreggiare creato da album e concerti ci ha portato a fare Serendipity che è un altro disco per noi straordinario sotto certi aspetti; volevamo fare un disco come se avessimo avuto vent'anni, usando testi molto potenti e molto belli…un gran bel disco che non ha avuto l'effetto commerciale che si meritava, questo per una chiusura sintomatica delle radio verso qualsiasi prodotto che sia over 30anni. Questa cosa ci ha fatto girare molto i coglioni, perché trovo che sia disgustoso che le radio suppongano di avere il monopolio della vita delle persone. Non è la musica che va in radio quella che si fa, non è quella che ha successo, di questo sono sempre più
covinto. Stanno facendo finta che il pubblico sia solo come dicono loro. One Nation One Station, come concetto, e non solo, secondo me è una stronzata.
….beh su questo direi che è impossibile darti torto…
Sfondo una porta aperta? E allora bisogna avere il coraggio di prendere e di fare qualcosa. Noi ci siamo detti: c'è un patrimonio culturale italiano che si manifesta nella la sua melodia, nei suoni mediterranei, nella musica etnica e soprattutto nella musica che io chiamo immaginifica. La chiamo così perché soffro molto nel termine di musica progressive; all'epoca il rock era progressive rispetto al modo di percepire il rock di allora, oggi però il rock è talmente progredito che usando il termine progressive ti ritrovi regressive (risate). Allora io la chiamo musica immaginifica perché è ancora una musica capace di stimolare l'immaginazione. Abbiamo quindi pensato di sfruttare le nostre attitudini live, tornando perciò a suonare molto, come si faceva una volta e lasciando che sia il passaparola a sostenerti. La gente deve comprare il disco dopo essere rimasta folgorata dal live, che è quello che poi si faceva negli anni settanta. Noi abbiamo fatto il primo disco dopo aver fatto centocinquanta concerti in giro per tutta Italia e quando è uscito è andato primo in classifica in una settimana, questo grazie alle notti passate tra l'Emilia e la Romagna, il Lazio e il Veneto a fare concerti in tutte le sale da ballo suonando il disco che poi sarebbe uscito. Nel fare questa scelta (di tornare a dare centralità al live) abbiamo detto, vaffanculo le radio, fanculo il fare un pezzo da quattro minuti perché se no il dj non lo passa e fanculo il non avere glutei e labbroni necessari a far "tirare" un videoclip. Nel frattempo cascava il nostro trentennale discografico e abbiamo deciso di calare il carico da novanta andando all'estero per vedere se ci avrebbero tirato i bicchieri come ai Blues Brothers; tanto per vedere se eravamo ancora all'altezza. Un world tour, dal Giappone al Messico, Venezuela, Panama passando dall'Inghilterra; tutto sold out ovunque, entusiasmo del pubblico forse addirittura incrementato rispetto a trent'anni fa. Abbiamo registrato un gran disco live e un dvd (Live In Japan 2002, N.d.A.) che ha avuto tanti e tali consensi da tutti i giornalisti da stupire persino noi. Abbiamo scoperto che ancora una volta questa musica, quella immaginifica (nella quale l'ascoltatore torna al ruolo di protagonista che gli è proprio), alla lunga paga. Per noi suonare dal vivo è dare a chi ti scolta il supporto emotivo necessario a rendere ogni concerto un piccolo evento per chi vi assiste. PFM del resto ha sempre trovato sul palco e nel pubblico l'energia vitale.
In quello che mi dici trovo molto della filosofia che guida parecchi gruppi e solisti italiani che, proponendo qualcosa di estremamente valido ma non in linea con i dettami radiofonici, si vedono "costretti" a puntare su un intensa attività live. Penso al festival itinerante Tora Tora!, ideato da Manuel Agnelli (leader degli Afterhours) e realizzato dalla Mescal.
Trovo questa una grande idea, e te lo dico da produttore, con l'etichetta Fermenti Vivi, di gruppi di questo genere. Bisogna tornare all'essenza; star dietro a cose del tipo: "ah la televisione ci ha detto, voglio partecipare lì, mi hanno detto che mi fanno passare a…" non serve a un cazzo. Tu cercati il tuo suono, scrivi le tue canzoni e racconta quello che stai vivendo. Questo è quello che io penso, finché uno suonerà bene, con sincerità, difficilmente resterà a casa e anche se le radio la fanno ancora da padrone, questo modo di proporre la musica non potrà durare in eterno. Perciò tanto di cappello a Manuel e a chi come lui si attiva per cercare di cambiare le cose.
Paolo Morgandi
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